Allagamento durante una ristrutturazione,responsabili committenti e imprese appaltatrici?

Allagamento durante una ristrutturazione,responsabili committenti e imprese appaltatrici?

Allagamento durante una ristrutturazione,responsabili committenti e imprese appaltatrici?

La sentenza del Tribunale di Milano n. 7153 dell’8 settembre 2021 si conforma alla più recente giurisprudenza di legittimità in materia di responsabilità del committente, laddove la responsabilità ex art. 2051 c.c. derivi da una cosa su cui sono in corso dei lavori appaltati a ditte terze.

 

Precedenti giurisprudenziali:
Conformi: Cass. 17 marzo 2021, n. 7553

Cass. 28 settembre 2018, n. 23442

Difformi: Non si rinvengono precedenti in termini

Tutto nasce da una mezza bottiglia di plastica, che va ad ostruire un pluviale, determinando un problema di infiltrazioni alla proprietà sottostante. Problema non di poco conto, che viene descritto come ”un gravissimo allagamento dal soffitto dell’intero immobile, a seguito di una forte pioggia”, con danni quantificati in quasi duecentomila euro.

Il proprietario del piano soprastante (meglio, dei tre piani soprastanti e della relativa terrazza di copertura, da cui si era sviluppato il problema) deduceva che nella sua proprietà, ed in particolare proprio sulla terrazza, si stavano svolgendo dei lavori di ristrutturazione, affidati a diverse imprese specializzate. Negava quindi ogni propria responsabilità, ritenendo, piuttosto, che fossero tali imprese ad aver l’obbligo di adottare tutte le idonee precauzioni al fine di non arrecare danno ad altri. Quindi chiamava in causa tutte le imprese ed i tecnici, che a loro volta chiamavano le proprie assicurazioni.

In tema di appalto, la consegna del bene all’appaltatore non fa venir meno il dovere di custodia e di vigilanza gravante sul committente, sicché questi resta responsabile, alla stregua dell’art. 2051 c.c., dei danni cagionati ai terzi dall’esecuzione dell’opera salvo che provi il caso fortuito, quale limite alla detta responsabilità oggettiva, che può coincidere non automaticamente con l’inadempimento degli obblighi contrattualmente assunti nei confronti del committente bensì con una condotta dell’appaltatore imprevedibile e inevitabile nonostante il costante e adeguato controllo (esercitato – se del caso – per il tramite di un direttore dei lavori).

Così dice la recente Cass. n. 7553/2021, che la sentenza in commento richiama espressamente e che ha offerto un interessante excursus sulla “storia” dei rapporti tra committente ed appaltatore ai fini dell’applicazione dell’art. 2051 c.c., una “storia” che ruota attorno ad un problema ben preciso: in caso di appalto, chi è il custode del bene?

La giurisprudenza ha guardato all’integralità o meno della translatio dal committente all’appaltatore del potere di fatto sull’immobile su cui devono compiersi i lavori: se tale trasferimento è integrale, integrale sarà anche il passaggio della custodia e del correlato obbligo di vigilanza all’appaltatore (v. p. es. Cass. 17 aprile 2001 n. 5609; Cass. 6 ottobre 2005 n. 19474), mentre nell”‘appalto che non implichi il totale trasferimento all’appaltatore del potere di fatto sull’immobile” rimangono al “committente e detentore del bene” il dovere di custodia e vigilanza e la conseguente responsabilità ex art. 2051 c.c., che, essendo di natura oggettiva, discende dalla mera sussistenza del rapporto di custodia tra il responsabile e la cosa che ha determinato l’evento lesivo (così Cass. 18 luglio 2011 n. 15734; conforme Cass. ord. 14 maggio 2018 n. 11671); con la precisazione che il trasferimento della custodia non si effettua qualora non sia essenziale all’esecuzione dell’opera, in tal caso il bene permanendo “nella disponibilità, giuridica e di fatto, del committente” (Cass. 10 giugno 2005 n. 12318).

Questa, fino a pochi anni fa, era l’interpretazione pacifica del 2051 in materia di appalto.

Poi è intervenuta Cass. 28 settembre 2018 n. 23442, la quale ha affermato che, ai fini dell’interpretazione dell’art. 2051 c.c., in relazione ai danni derivanti da una cosa oggetto dei lavori appaltati, il committente, che ne sia proprietario o possessore, resta certamente nel possesso, ed anche nella giuridica detenzione, del bene oggetto dell’appalto (purchè ne abbia la disponibilità materiale, tanto da poterlo consegnare all’appaltatore per l’esecuzione dell’appalto), e ne può disporre, sia giuridicamente che materialmente, conservando sempre il potere di impartire direttive all’appaltatore in merito alle opere da eseguire ed alle modificazioni da apportare. L’autonomia dell’appaltatore in ragione della quale si è esclusa in certi casi la posizione di custode del committente, “in realtà riguarda l’attività da porre in essere per l’esecuzione dell’appalto, non la disponibilità e/o la custodia della cosa oggetto dei lavori“, considerato che “il committente, anche durante lo svolgimento dell’appalto, può infatti sempre disporre della cosa” e pertanto “era e resta custode“. Pertanto, la posizione “di garanzia” del custode non può essere “trasferita contrattualmente ad un terzo”, perchè questo andrebbe ad eludere “l’effettiva funzione della disciplina della responsabilità per i danni causati dalle cose

La sentenza 7553/2021 citata in apertura fa un ulteriore passo avanti, partendo dal presupposto che l’appalto di opere non comporta la perdita della custodia per il committente.

Se la “consegna” dell’immobile all’appaltatore per l’esecuzione dei lavori comportasse anche la trasmissione del ruolo di custode verso i terzi, si avrebbe – formalmente schermato dietro l’autonomia dell’appaltatore- un esonero da responsabilità di origine contrattuale, da far valere nei confronti di un terzo, che del negozio non è parte (cfr. Cass. sez. 2, 17 febbraio 2012 n. 2363). Pertanto, colui che rispetto all’appaltatore è un committente, rispetto ai terzi è un custode; di qui l’affermazione che, nei confronti dei terzi danneggiati dall’esecuzione di opere, effettuate in forza di contratto di appalto, il committente è sempre gravato della responsabilità oggettiva di cui all’art. 2051 c.c., la quale non può venir meno per la consegna dell’immobile all’appaltatore ai fini dell’esecuzione delle opere stesse, bensì trova limite esclusivamente nel caso fortuito; il che naturalmente non esclude ulteriori responsabilità ex art. 2043 c.c. del committente e/o dell’appaltatore.

Fatta questa lunga premessa, veniamo alla sentenza in esame, che di questi principi dà piena applicazione. Infatti, l’istruttoria espletata, ed in particolare la CTU, avevano accertato il nesso eziologico tra l’infiltrazione subita dall’appartamento dei ricorrenti, l’ostruzione della condotta di scarico posta al piano terrazzo dell’appartamento del convenuto ed i lavori di ristrutturazione cui veniva sottoposto il lastrico solare.

Lastrico che, nel caso di specie, era sì di proprietà esclusiva, ma era anche la copertura del Condominio.

Nel consegue che entra in gioco anche un altro aspetto dell’art. 2051 c.c.: la responsabilità del Condominio. È ben nota, infatti, la giurisprudenza secondo cui dei danni derivanti dall’omessa manutenzione del lastrico solare (o della terrazza a livello), che non sia comune a tutti i condomini, rispondono sia il proprietario o l’usuario esclusivo, quale custode del bene, ai sensi dell’art. 2051 c.c., sia il condominio, in forza degli obblighi inerenti l’adozione dei controlli necessari alla conservazione delle parti comuni. Ma il presupposto per applicare questa norma è, appunto, il difetto di manutenzione, che nella fattispecie non è stato affatto ravvisato. Anzi, se mai è stata proprio la manutenzione a creare il problema, perché l’istruttoria aveva chiarito che il problema era stato causato dall’occlusione con la bottiglietta di plastica di una delle due condotte di scarico dell’acqua piovana del terrazzo, e che la mezza bottiglietta, secondo il CTU, sarebbe un recipiente sovente realizzato e usato nei cantieri.

Richiamando le menzionate sentenze 7553/21 e 23442/18, il Tribunale ritiene sussistente la custodia in capo al committente-proprietario della terrazza di copertura, in capo al quale gravava l’onere di dimostrare il caso fortuito. Ma questa prova, secondo il Tribunale, non è stata fornita.

Quanto ai terzi chiamati, il Tribunale li manda assolti per mancanza di prove, non essendo stato possibile chiarire come la mezza bottiglietta fosse finita nello scarico, né come, concretamente, l’acqua fosse entrata nell’appartamento sottostante, perché al momento dell’ispezione del CTU la situazione era già stata modificata.

Pertanto, in applicazione dell’art. 2051 c.c., come sopra interpretato, e dell’evidenza probatoria disponibile, viene condannato unicamente il committente convenuto.

Esito del ricorso:

Accoglimento della domanda

Riferimenti normativi:

Art. 2051 c.c.

Tribunale di Milano, sentenza 8 settembre 2021, n. 7153