Assunzione di lavoratori irregolari

Assunzione di lavoratori irregolari

Assunzione lavoratori irregolari

 

Deve ottemperare all’ordine di sospensione dei lavori il datore che non ne contesta l’illegittimità

Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui il tribunale aveva riconosciuto la responsabilità penale di un datore di lavoro, per non aver ottemperato all’ordine di sospensione dell’attività d’impresa emesso dall’organo di vigilanza a seguito di accertamento di impiego di personale irregolare in misura superiore al 20%, la Corte di Cassazione (sentenza 20 giugno 2019, n. 27534) – nel disattendere la tesi difensiva, secondo cui il giudice avrebbe trascurato che il datore di lavoro era stato assolto dal reato di irregolare assunzione del lavoratore extracomunitario per insussistenza del fatto – pur ribadendo che il reato di inottemperanza al provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale adottato dall’organo di vigilanza in materia di lavoro, previsto dall’art. 14, comma 10, d.lgs. n. 81 del 2008, non sussiste laddove il giudice ravvisi profili di illegittimità formale o sostanziale del provvedimento contestato come violato, ha tuttavia rilevato che, nel caso di specie, l’imputato non aveva tuttavia denunciato alcun profilo di illegittimità del provvedimento di sospensione adottato dall’organo di vigilanza, peraltro neppure fatto oggetto di ricorso in via amministrativa, limitandosi a valorizzare la circostanza che l’imputato era stato assolto dal reato di cui all’art. 22, comma 12, d.lgs. 286 del 1998, per non essere stata riconosciuta la sussistenza del rapporto di lavoro irregolare, il che non vale, ovviamente, a dimostrare che il provvedimento di sospensione fosse viziato da illegittimità.

Prima di soffermarci sulla pronuncia resa dalla Suprema Corte, è opportuno qui ricordare che l’art. 14 d.lgs. 9 aprile 2008, n. 81, sotto la rubrica «Disposizioni per il contrasto del lavoro irregolare e per la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori», prevede che, al fine di far cessare il pericolo per la tutela della salute e la sicurezza dei lavoratori, nonché di contrastare il fenomeno del lavoro sommerso e irregolare, ferme restando le attribuzioni del coordinatore per l’esecuzione dei lavori di cui all’articolo 92, comma 1, lettera e), gli organi di vigilanza del Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali, anche su segnalazione delle amministrazioni pubbliche secondo le rispettive competenze, possono adottare provvedimenti di sospensione in relazione alla parte dell’attività imprenditoriale interessata dalle violazioni quando riscontrano l’impiego di personale non risultante dalla documentazione obbligatoria in misura pari o superiore al 20 per cento del totale dei lavoratori presenti sul luogo di lavoro, nonché in caso di gravi e reiterate violazioni in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro. Il comma 10 del medesimo art. 14, nel dettare la disciplina sanzionatoria, punisce il datore di lavoro che non ottempera al provvedimento di sospensione di cui sopra con l’arresto da tre a sei mesi o con l’ammenda da 2.500 a 6.400 euro “nelle ipotesi di sospensione per lavoro irregolare”, mentre punisce con l’arresto fino a sei mesi “nelle ipotesi di sospensione per gravi e reiterate violazioni in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro”.

La fattispecie incriminatrice in parola è reato formale che si consuma, con condotta permanente, nel momento e per tutto il tempo in cui l’imprenditore non ottempera al provvedimento impartito dall’autorità di vigilanza. La tutela penale finalizzata a garantire l’osservanza del provvedimento amministrativo in parola si giustifica rispetto all’importanza dei beni protetti dalla disposizione incriminatrice, vale a dire – come agevolmente si ricava dall’art. 14, comma 1, d.lgs. 81 del 2008 – il contrasto al lavoro irregolare e la tutela e sicurezza dei lavoratori, oggetto di particolare protezione nella Carta costituzionale (artt. 35 e ss. Cost.). Va al riguardo osservato che l’art. 41 Cost., pur affermando la libertà dell’iniziativa economica privata (1° comma), sancisce che essa «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana» (2° comma). La disciplina contenuta nell’art. 14 d.lgs. 81 del 2008 realizza un equilibrato contemperamento tra gli opposti beni costituzionalmente protetti, poiché – pur prevedendo l’immediata efficacia del provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale adottato dagli organi di vigilanza laddove siano accertate le violazioni alla normativa sul lavoro prese in considerazione – consente il ricorso amministrativo e prevede che se la decisione non interviene entro 15 giorni il provvedimento di sospensione perda efficacia (art. 14, comma 9, d.lgs. 81 del 2008). Anche al di là (e prima) della possibilità di ricorrere avverso il provvedimento amministrativo, la necessità di interpretare le norme penali in funzione dei beni protetti e nell’ottica del principio di necessaria offensività – la cui attuazione va particolarmente considerata laddove, come nel caso di specie, si tratti di reati formali – consente tuttavia di escludere la sussistenza del reato se l’inottemperanza abbia riguardato un provvedimento amministrativo illegittimo. Benché l’art. 14, comma 10, d.lgs. 81/2008 – a differenza di analoghe fattispecie incriminatrici che hanno per presupposto l’inosservanza di provvedimenti amministrativi (si pensi all’art. 650 c.p.) – non preveda espressamente che il reato sussista soltanto laddove il provvedimento sia legalmente dato, da tempo la giurisprudenza di legittimità ritiene che il giudice penale abbia il potere di sindacare la legittimità dell’atto amministrativo che costituisce elemento di fattispecie non soltanto quando tale potere trovi fondamento e giustificazione in un’esplicita previsione legislativa, ma anche quando l’interpretazione finalistica della norma penale conduca a ritenere che la legittimità dell’atto amministrativo si presenti essa stessa come elemento essenziale della fattispecie criminosa (Cass. pen. sez. U, n. 3 del 31/01/1987, Giordano, CED Cass. 176304). Nella nota decisione appena richiamata – relativa alla discussa possibilità di sindacare la legittimità della concessione edilizia rilasciata, per ritenere la sussistenza del reato di costruzione sine titulo – le Sezioni unite chiarirono che nel caso in cui non si tratti di provvedimento amministrativo che comporta la lesione dei diritti soggettivi, ma, per contro, di atto che rimuove un ostacolo al loro libero esercizio, come le autorizzazioni ed i nulla-osta, non può farsi richiamo al generale potere di disapplicazione dell’atto amministrativo illegittimo previsto, soltanto nel primo caso, dagli artt. 4 e 5 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, all. E). Laddove il provvedimento abbia invece gli effetti di restringere e limitare i diritti soggettivi – e tale è il caso della sospensione di un’attività imprenditoriale adottata dall’organo di vigilanza sul lavoro per ritenute infrazioni alla relativa normativa – non v’è ragione di escludere che anche il giudice penale possa disapplicare l’atto amministrativo illegittimo, conseguentemente negando la sussistenza del reato previsto per sua inottemperanza. Quand’anche, poi, non si volessero richiamare le citate disposizioni della risalente legge abolitrice del contenzioso amministrativo, l’interpretazione finalistica, e costituzionalmente orientata, delle norme penali porterebbe certamente a questo risultato. Si tratta, del resto, di principi non di rado affermati dalla Corte di Cassazione in casi analoghi: si pensi alla disapplicazione del provvedimento illegittimo nel reato di violazione del foglio di via obbligatorio oggi previsto dall’art. 2 d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159 (Cass. pen. sez. F, n. 54155 del 27/07/2018, C., CED Cass. 274649; Cass. pen. sez. 1, n. 41738 del 16/09/2014, R., CED Cass. 260515; Cass. pen. sez. 1, n. 4426 del 05/12/2013, dep. 2014, T., CED Cass. 259015), ovvero alla disapplicazione del provvedimento di espulsione dello straniero dal territorio dello Stato quanto al reato previsto dall’art. 13, comma 13, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 (Cass. pen. sez. 1, n. 28849 del 11/06/2009, M., CED Cass. 244296). In questi casi, al pari di quanto avviene per la contravvenzione di cui all’art. 650 c.p., il sindacato del giudice penale è tuttavia rigorosamente limitato ai profili di legalità sostanziale e formale del provvedimento che si assume violato, sotto i tre profili tradizionali della violazione di legge, dell’eccesso di potere e della incompetenza (Cass. pen. sez. 1, n. 54841 del 17/01/2018, S., CED Cass. 274555; Cass. pen. sez. 1, n. 555 del 16/11/2010, dep. 2011, F., CED Cass. 249430).

Tanto premesso, nel caso in esame, il Tribunale di Firenze aveva condannato l’imputato per il reato di cui all’art. 14, commi 1 e 10, d.lgs. 9 aprile 2008, n. 81, per non aver ottemperato all’ordine di sospensione dell’attività d’impresa emesso dall’organo di vigilanza a seguito di accertamento di impiego di personale irregolare in misura superiore al 20%. In fatto era emerso che l’Ispettorato del lavoro aveva effettuato un ordinario controllo presso una struttura alberghiera, sorprendendo al lavoro, intento a riparare una presa elettrica, un cittadino albanese privo del permesso di soggiorno e non regolarmente assunto dalla società che gestiva l’albergo, amministrata dall’imputato. Essendo stato il predetto ritenuto lavoratore dipendente, poiché la sua irregolare assunzione determinava il superamento del limite del 20% rispetto al numero dei lavoratori regolarmente assunti, a norma dell’art. 14, comma 1, d.lgs. 81 del 2008, a distanza di qualche giorno l’Ispettorato aveva adottato il provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale. Ricorrendo in Cassazione l’imputato sosteneva che il giudice non aveva tenuto conto che con riguardo alla pretesa, irregolare, assunzione che aveva dato origine al provvedimento di sospensione dell’attività, in separato procedimento penale, egli era stato assolto perché il fatto non sussiste dal reato di cui all’art. 22, comma 12, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286: l’assoluzione per il reato “presupposto” – osservava l’imputato – avrebbe dovuto comportare l’assoluzione anche per il reato “susseguente”.

La Cassazione, nel disattendere la tesi difensiva, ha affermato il predetto principio, in particolare rilevando come l’imputato non aveva tuttavia denunciato alcun profilo di illegittimità del provvedimento di sospensione adottato dall’organo di vigilanza, peraltro neppure fatto oggetto di ricorso in via amministrativa, limitandosi a valorizzare la circostanza che egli era stato assolto dal reato di cui all’art. 22, comma 12, d.lgs. 286 del 1998, per non essere stata riconosciuta la sussistenza del rapporto di lavoro irregolare. Il diverso giudizio di merito dato sul punto all’esito del procedimento penale non vale, tuttavia, per la Cassazione, a dimostrare che il provvedimento di sospensione fosse viziato da illegittimità, né, comunque, l’imputato aveva specificamente affrontato questo profilo o aveva allegato di averlo sottoposto al giudice di merito senza ottenere dal medesimo risposta. Questo, ad avviso della S.C., era invece il punto che, nell’ottica difensiva, doveva essere sviscerato, non essendo, per contro, conforme alle esigenze di tutela sottese alla contravvenzione di cui all’art. 14, comma 10, d.lgs. 81 del 2008 escludere la sussistenza del reato sulla base di una valutazione sul merito del provvedimento amministrativo – peraltro effettuata ex post, magari in base ad elementi che l’organo di vigilanza non poteva conoscere – come invece l’imputato ha sostenuto.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Riferimenti normativi:

Art. 14, comma 10, D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81

Cassazione penale, sezione III, sentenza 20 giugno 2019, n. 27534

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