La destinazione di un immobile ad assistenza e luogo di culto degli immigrati non è contraria al decoro ed alla tranquillità

La destinazione di un immobile ad assistenza e luogo di culto degli immigrati non è contraria al decoro ed alla tranquillità

La destinazione di un immobile ad assistenza e luogo di culto degli immigrati non è contraria al decoro ed alla tranquillità

Con sentenza del 19 agosto 2019, il Tribunale di Udine ha negato che la destinazione di un locale compreso in un edificio condominiale ad attività di assistenza ed accoglienza degli immigrati, nonché a luogo di culto, fosse in contrasto con le norme del regolamento rivolte a tutelare l’interesse generale al decoro, alla tranquillità ed all’igiene del fabbricato.

Il Tribunale di Udine, con sentenza del 19 agosto 2019, ha rigettato la domanda di un condominio volta ad ottenere la condanna della proprietaria e della associazione culturale conduttrice di una unità immobiliare compresa nell’edificio a cessare la destinazione del locale alle attività associative di assistenza, accoglienza e formazione di immigrati, ovvero, in particolare, a luogo di culto, giacché contrarie alle diposizioni del regolamento condominiale che vietano nelle singole porzioni lo svolgimento di attività che possano turbare la tranquillità dei condomini, oppure contrarie all’igiene e al decoro del complesso, e comunque impongono la destinazione degli appartamenti ad uso di abitazione, riservando all’assemblea l’approvazione di un’eventuale adibizione a studio professionale, ambulatorio medico ed uffici in genere. Il Tribunale di Udine ha in via interpretativa ritenuto sottratto l’immobile sede dell’associazione, giacché sito a piano terra, all’obbligo regolamentare di destinazione ad uso di abitazione stabilito per il soli “appartamenti”. Venivano in gioco, piuttosto, le prescrizioni del regolamento secondo cui: “”E’ comunque vietato in modo assoluto di destinare gli alloggi ed i locali dell’edificio ad uso di ambulatorio di malattie mentali e infettive, scuola di musica, canto e ballo, laboratorio rumoroso, sia diurno che notturno, ed in generale a qualsiasi uso che possa turbare la tranquillità dei condomini e sia contrario all’igiene e al decoro dell’edificio”. Respingendo l’allegazione difensiva del Condominio attore, il Tribunale ha affermato che le attività di assistenza morale ed economica, di accoglienza ed aiuto, di promozione, di formazione ed educazione, fornite dall’associazione conduttrice agli immigrati associati ed alle loro famiglie, non fossero tali da lasciar configurare ex se una turbativa della tranquillità dei condomini o una contrarietà all’igiene e al decoro dell’edificio. Neppure l’esercizio nel locale di un’attività di culto, prospettata dal Condominio, è apparsa al Tribunale di Udine causa di automatico pregiudizio per la tranquillità, l’igiene ed il decoro del fabbricato.

La soluzione raggiunta dal Tribunale di Udine sembra l’inevitabile conclusione della lite instaurata dal Condominio attore.

Come di recente ribadito da Cass. 4 aprile 2019, n. 9402, l’interpretazione delle clausole di un regolamento condominiale contrattuale, contenenti il divieto di destinare gli immobili a determinati usi (al fine di tutelare l’interesse generale al decoro, alla tranquillità ed all’abitabilità dell’intero edificio, nonché ad incrementare il valore di scambio delle singole unità immobiliari) deve essere effettuata sulla base delle regole legali di ermeneutica contrattuale (Cass. 21 giugno 2018, n. 16384; Cass. 14 maggio 2018, n. 11609;; Cass. 30 giugno 2011, n. 14460; Cass. 31 luglio 2009, n. 17893; Cass. 23 gennaio 2007, n. 1406; Cass. 14 luglio 2000, n. 9355; Cass. 2 giugno 1999, n. 5393). C’è tuttavia un’esigenza primaria di chiarezza e di univocità dei divieti e dei limiti regolamentari di destinazione alle facoltà di godimento dei condomini sulle unità immobiliari in proprietà esclusiva, esigenza coerente con la loro natura di servitù reciproche. Si dice, cioè, che il regolamento condominiale di origine contrattuale può imporre divieti e limiti di destinazione alle facoltà di godimento dei condomini sulle unità immobiliari in esclusiva proprietà sia mediante elencazione di attività vietate, sia con riferimento ai pregiudizi che si intende evitare, ma, in quest’ultimo caso, esso, per evitare ogni equivoco in una materia atta a incidere sulla proprietà dei singoli condomini, i divieti ed i limiti devono risultare da espressioni chiare, avuto riguardo, più che alla clausola in sé, alle attività e ai correlati pregiudizi che la previsione regolamentare intende impedire, così consentendo di apprezzare se la compromissione delle facoltà inerenti allo statuto proprietario corrisponda ad un interesse meritevole di tutela (Cass. 20 ottobre 2016, n. 21307; Cass. 11 settembre 2014, n. 19229; Cass. 1 ottobre 1997, n. 9564). Il contenuto e la portata dei divieti e limiti regolamentari vanno perciò determinati fondandosi in primo luogo sulle espressioni letterali usate (Cass. 4 aprile 2019, n. 9402).

Se è ormai consolidato in giurisprudenza che debbano ricondursi alla categoria delle servitù atipiche le previsioni, contenute in un regolamento condominiale convenzionale, comportanti limiti alla destinazione delle proprietà esclusive, i conflitti tra condomini in relazione all’operatività di tali limiti, come tutti quelli correnti fra proprietari di fondi serventi e dominanti, vanno composti in base ad un bilanciamento di interessi. Sicché, nel caso in esame, occorreva considerare come non si trattasse di un conflitto tipicamente “prediale”, giacché, a fronte del condominio che vantava il diritto degli altri partecipanti al decoro, alla tranquillità ed all’abitabilità dell’intero edificio (senza peraltro domandare esplicitamente altresì l’accertamento che le attività esercitate dall’associazione fossero fonte di immissioni vietate ex art. 844 c.c.), stanno i diritti della conduttrice di dare assistenza ed accoglienza agli immigrati associati, nonché di esercitare il diritto di libertà religiosa, altrattanto fondamentale ed inviolabile, che si manifesta pure con il culto nei luoghi a ciò deputati (arg. da Cass. 28 novembre 2012, n. 21129).

Riferimenti normativi:

Art. 844 c.c.

Tribunale di Udine, sentenza 19 agosto 2019, n. 1016

 

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